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Un regime settario nichilista precipiterà l’Iraq nell’abisso più profondo

Bashir Moussa Nafie

2 marzo 2010

La politica irachena non aveva fatto in tempo ad uscire dalla crisi della legge elettorale che è stata coinvolta in una crisi più profonda e più grave, dopo che i governanti dell’Iraq hanno escogitato una vasta campagna di "debaathificazione", ovvero una campagna di esclusione di tutti coloro che sono accusati di essere loro oppositori, soprattutto tra le personalità arabe sunnite. Al culmine di questa campagna – quando era divenuto evidente che il sistema di discriminazione creato dal parlamento iracheno avrebbe deciso di vietare la candidatura di centinaia di persone alle prossime elezioni, primi fra tutti Saleh al-Mutlaq e Dhafir al-Ani – il primo ministro iracheno Nuri al-Maliki ha tenuto un discorso affermando letteralmente che "l’Iraq non permetterà la vittoria di coloro che vogliono fare il proprio ritorno a bordo dei carri armati o attraverso legami stranieri".

Tuttavia al-Maliki non ha detto a coloro che lo ascoltavano come è ritornato lui, e l’attuale classe di governo irachena, nel paese; ovvero come costoro sono diventati i nuovi governanti dell’Iraq. Con questa campagna di falsificazione pura e semplice della storia dell’Iraq e del suo clima politico, è scoppiata la crisi della "debaathificazione" , e gli iracheni hanno assistito a una nuova puntata del nichilismo settario nel quale il loro paese è stato trascinato per mano dei leader del partito Da’wa, del Supremo Consiglio Islamico Iracheno (SIIC) e del Partito Islamico.

All’origine della campagna di "debaathificazione" non vi è né la legge né la costituzione. La Commissione per la debaathificazione, anche nota come "Commissione di responsabilità e giustizia", non è in alcun modo un’istituzione legale. Coloro che la dirigono non sono stati nominati dal parlamento, e sono politici in attività, candidati alle prossime elezioni. Non è dunque giusto che essi diventino arbitri del destino degli altri candidati. Le centinaia di nomi che la Commissione ha inserito nella lista di esclusione dalle candidature non sono tutti accusati di essere baathisti. Al-Mutlaq ed al-Ani, ad esempio, sono accusati di aver fatto propaganda per il partito Baath, ma non di averne fatto parte. Una simile accusa non è considerata di competenza della Commissione. Questa crisi, in poche parole, non ha a che fare con l’applicazione della legge, bensì con la comparsa dell’Alleanza Nazionale Irachena (coalizione sciita che comprende il SIIC, i sadristi, Fadhila, ed altri (N.d.T.) ) e del Movimento Nazionale Iracheno (coalizione eminentemente laica che comprende gruppi sunniti e sciiti, guidata da Iyad Allawi (N.d.T.) ), i cui leader sono Tareq al-Hashemi, Iyad Allawi, Saleh al-Mutlaq, Rafie al-Issawi, e Osama al-Nujeifi. L’inaspettata costituzione di quest’ultima lista, che ha suscitato negli iracheni grandi speranze di uscire dal clima di divisione che regna nel paese e dalla pesante atmosfera della politica settaria, è il principale elemento di cambiamento nell’Iraq dei mesi scorsi. I leader di questa coalizione sono importanti politici iracheni appartenenti alla classe politica emersa dopo l’occupazione americana, i quali hanno compreso che elevarsi al di sopra delle loro passate divergenze e tracciare una nuova linea di azione politica è l’unico modo per salvare il paese dal baratro.

Come gli altri esponenti della nuova classe politica irachena, essi hanno collaborato con l’occupazione, ed hanno commesso gravi errori negli anni passati. Tuttavia, sono stati i più rapidi a rendersi conto della natura dell’Iraq, della sua struttura nazionale, e dei principi arabi ed islamici su cui si fonda il paese. Non vi è dubbio che la costituzione di questa coalizione ha suscitato grossi timori negli ambienti legati alle forze di ispirazione settaria ed etnica dell’Iraq, così come a Teheran.

L’Alleanza Nazionale Irachena (INA) non era ancora nata quando le trattative tra al-Maliki ed i suoi rivali del SIIC giunsero in un vicolo cieco. Il nocciolo della controversia tra le due principali forze settarie sciite che componevano la precedente Alleanza Irachena Unita (UIA) (il SIIC e il partito Da’wa di al-Maliki (N.d.T.) ) era senza dubbio il desiderio di al-Maliki di assicurarsi un secondo mandato alla guida del governo. Non appena fu annunciata la nascita della nuova Alleanza Nazionale Irachena (INA), apparve chiaro che né la nuova coalizione sciita né l’Alleanza per lo Stato di diritto (la nuova lista di al-Maliki, anch’essa sciita) – malgrado i ritocchi "cosmetici" che erano stati apportati ad entrambe le liste – sarebbero state in grado di tener testa al Movimento Nazionale Iracheno, né presso gli ambienti sunniti né presso quelli sciiti, e neanche fra i milioni di rifugiati iracheni. Dopo anni di divisioni interne e di contrapposizioni settarie e regionali, gli iracheni sono tornati a rimettere insieme i pezzi della loro patria e della loro comunità nazionale, ed a cercare i modi per preservare l’unità del paese. E siccome tutti si rendono conto della realtà di questi sviluppi nel clima iracheno complessivo, questa nuova coalizione di ispirazione nazionale ha rappresentato un campanello d’allarme per tutti coloro che avevano costruito il loro potere sugli istinti settari e sulla sollecitazione delle paure degli iracheni gli uni nei confronti degli altri. Al-Maliki non aveva ancora quasi pensato all’eventualità di perdere la poltrona di capo del governo a vantaggio di un’altra personalità irachena, ma tale eventualità ha dimostrato di poter diventare una realtà, nel caso in cui la nuova coalizione nazionale dovesse ottenere la maggioranza relativa nel prossimo parlamento. Al-Maliki e l’INA sono accomunati dal timore che la comparsa del Movimento Nazionale di Allawi possa portare all’affermazione di nuovi principi nella politica irachena, ponendo fine alla loro impressionante ascesa nell’era dell’occupazione, dello smantellamento dello stato, della divisione del popolo iracheno, e della trasformazione dell’Iraq in un palcoscenico aperto all’influenza straniera. Malgrado i suoi tentativi di mostrarsi come una figura neutrale, al-Maliki è stato il motore principale della campagna di debaathificazione, tuttavia il mandante era Teheran.

Con l’avvicinarsi della data del ritiro americano dall’Iraq, Teheran lavora per rafforzare la sua influenza nel paese, basata su forze settarie, personalità politiche di varia estrazione, accordi economici e di sicurezza, e una penetrazione su vasta scala delle istituzioni dello stato iracheno. Teheran ha cercato di spingere le due forze sciite principali ad allearsi in una coalizione unitaria, tuttavia questo tentativo è fallito, almeno fino a questo momento, sia a causa della lotta di potere tra le leadership sciite irachene, sia per la prematura convinzione di al-Maliki di essere in grado di decidere le elezioni a suo vantaggio senza la coalizione sciita, ed in particolare senza il SIIC. Tuttavia la comparsa della coalizione del Movimento Nazionale Iracheno ha spinto Teheran a tentare di nuovo. Gli iraniani hanno considerato questa coalizione, ora come una manifestazione dell’influenza saudita, ora come uno schieramento filo-turco. Senza dubbio si sono sbagliati in entrambi i casi. La buona accoglienza che ha incontrato il Movimento Nazionale di Allawi è stata ampia ed è provenuta da più parti – dal Cairo, a Damasco, ad Ankara – non perché esso fosse legato ad una qualunque di queste capitali, ma perché la maggior parte dei paesi vicini ha visto in questa coalizione una speranza di recuperare l’Iraq e di stabilizzare il paese. Ma in ogni caso l’Iran non può permettersi rischi. Perciò è nata l’idea di ricorrere al metodo della "debaathificazione", rivolta in particolare contro il Movimento Nazionale Iracheno e contro i candidati delle sue liste.

Quando il generale Petraeus, ex comandante delle forze USA in Iraq, dice che la "Commissione di responsabilità e giustizia" non è che uno strumento nelle mani della leadership delle forze Qods (l’unità speciale della Guardia Rivoluzionaria iraniana (N.d.T.) ), non mette semplicemente in circolazione delle voci; quando il presidente iraniano Ahmadinejad annuncia, nel suo discorso in occasione dell’anniversario della Rivoluzione Islamica, il proprio sostegno ai provvedimenti di debaathificazione (stabilendo in maniera del tutto ingiustificata che il partito Baath non tornerà al governo in Iraq), tali affermazioni segnalano implicitamente che l’Iran è fermamente determinato a dirigere gli affari iracheni, a qualsiasi costo.

Uno degli attori che si sono affrettati ad aderire al fronte della debaathificazione è stato il Partito Islamico, che esprime l’identità settaria sunnita all’interno del processo politico. Anch’esso (il minore fra i partiti di governo) aveva riconosciuto nella coalizione di Allawi una fonte di pericolo.

La verità è che il declino del sostegno arabo sunnita al Partito Islamico era cominciato più di due anni fa, non solo per l’incapacità del partito di rappresentare gli interessi di coloro che lo avevano votato, ma anche perché i sunniti iracheni non vedono se stessi e le loro posizioni da un punto di vista settario. Essi lo avevano votato alle precedenti elezioni (assieme al Fronte della Concordia di cui faceva parte) nel clima di scontro settario che dominava all’epoca il paese. Non appena è stata annunciata la nascita del nuovo Movimento Nazionale Iracheno (e addirittura prima che ciò avvenisse, in occasione delle elezioni locali), è divenuto evidente che il Partito Islamico avrebbe perso nettamente di fronte ai candidati di questa nuova lista. Ben presto tale partito vide nel progetto di debaathificazione un’occasione per sbarazzarsi dei suoi rivali nazionalisti, e soprattutto delle personalità più importanti all’interno della nuova coalizione. I deputati del Partito Islamico e l’attuale presidente del parlamento, che è considerato uno dei leader del partito, hanno giocato un ruolo importante nel facilitare il compito di al-Maliki e della "Commissione di responsabilità e giustizia", addirittura impiegando i mezzi di informazione del partito per coprire i provvedimenti di debaathificazione illegali ed ingiustificati, e di chiara ispirazione settaria. Nei momenti di pericolo, le correnti sciite e sunnite di ispirazione settaria non possono fare a meno di lavorare insieme per salvaguardare il potere, le ricchezze e i privilegi che il regime settario garantisce loro.

Gli americani, che attualmente giocano un ruolo ambiguo nell’equazione irachena, essendo talvolta presenti e talaltra assenti, sono tutta un’altra storia. Il ritratto dal quale traspare un interesse americano per la questione della debaathificazione è in gran parte esagerato. Il centro della preoccupazione americana riguardo alle decisioni legate alla debaathificazione non è né la correttezza né la legalità di tali decisioni, ma il loro impatto sulla stabilità del paese, e di conseguenza sul calendario del ritiro delle loro truppe. Ma gli americani, rappresentati dal vicepresidente Joe Biden, si sono resi conto che in ogni caso la volontà iraniana in Iraq ormai prevale sulla loro, e che la duplice fedeltà (agli americani ed agli iraniani (N.d.T.) ) delle forze politiche irachene alle quali essi hanno consegnato le chiavi del potere e dello stato iracheno è ormai meno duplice. Solitamente vengono date due letture della posizione americana rispetto agli sviluppi degli affari iracheno-iraniani, e rispetto al rapido declino dell’influenza che Washington è in grado di esercitare a Baghdad.

La prima sostiene che gli americani sono attualmente indifferenti alla reale fedeltà di questo o quel loro alleato iracheno, e ritengono che il futuro dell’Iraq sia strettamente legato alla questione iraniana, sia che essa si concluda pacificamente sia che sfoci in un confronto armato. La risoluzione della questione iraniana avrà una ricaduta diretta sulla classe politica irachena, e renderà più chiare le cose in Iraq.

La seconda lettura afferma che gli americani si contentano di stabilizzare il regime settario in Iraq, perfino in presenza di un’influenza iraniana, perché un Iraq di questo genere uscirebbe definitivamente dal contesto arabo, ed anzi diventerebbe una fonte di pericolo per i suoi vicini arabi contribuendo a mantenere la frammentazione della regione. E’ probabile che l’amministrazione Obama si renda conto che l’avventura irachena era perdente fin dall’inizio, e siccome la preoccupazione americana è di archiviare la questione irachena e dimenticarla, nessuno a Washington sa con certezza quale sia la politica migliore da adottare nei confronti dell’Iraq e dello stato settario iracheno nei prossimi anni.

Quel che è certo è che l’Iraq non potrà stabilizzarsi fino a quando sarà amministrato da un governo come quello attuale. Le politiche di esclusione e di eradicazione, ed il tentativo di imporre un’unica versione della storia, non sono una novità. Questo tipo di governo è quello che ha fatto sì che l’Iraq vivesse sull’orlo del baratro fin dalla nascita del suo stato moderno, all’inizio degli anni ’20. La novità per gli iracheni, dopo il progetto di liberazione e democratizzazione, è l’aggiunta dei saccheggi e della dipendenza dall’estero alle politiche di esclusione, alle persecuzioni ed all’accaparramento del potere. Non è così che si fondano gli stati, o che si determina la loro sopravvivenza.

Bashir Moussa Nafie è uno storico ed editorialista palestinese; scrive abitualmente sul quotidiano al-Quds al-Arabi

versione originale: نظام طائفي عدمي… سيغرق العراق في هاوية أعمق


:: Article nr. s10685 sent on 04-mar-2010 00:13 ECT

www.uruknet.info?p=s10685

Link: www.medarabnews.com/2010/03/03/regime-settario-nichilista-in-iraq/



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