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Voci americane difendono il nucleare iraniano per ricattare gli arabi!

Raghida Dergham

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16 febbraio 2010

Original Version: أصوات أميركية تدافع عن النووي الإيراني لابتزاز العرب

L’Iran è tornato al centro della preoccupazione internazionale, questa settimana, dopo che gli osservatori hanno indagato più a fondo i dettagli dei rapporti tra Cina e Stati Uniti e il modo in cui essi si riflettono sulla questione iraniana, e dopo che la Russia ha espresso la propria irritazione per le manovre di Teheran sulla questione nucleare. La comunità internazionale si sta orientando verso nuove sanzioni, mentre il presidente americano Barack Obama ha sottolineato l’aspetto delle sanzioni nel duplice approccio politico all’Iran, senza tuttavia ritirare dal tavolo la diplomazia.

In realtà, vi sono profonde divergenze riguardo alle sanzioni. Vi sono, ad esempio, coloro che ritengono che qualsiasi sistema di sanzioni accelererebbe il cambio il regime (il quale è ancora sotto pressione a livello interno) perché le sanzioni danneggerebbero effettivamente il regime e ridimensionerebbero le sue ambizioni interne ed internazionali. Vi sono anche coloro che sono di parere completamente opposto, ritenendo che le sanzioni più probabilmente spingeranno gli iraniani a stringersi attorno al regime. Poi vi sono quelli come la Russia, ad esempio, che insistono sul fatto che le sanzioni – se e quando ci saranno – dovranno essere limitate esclusivamente al programma nucleare, e dovranno evitare di dare l’impressione di prendere di mira il regime.

Dunque la strada verso il rafforzamento delle sanzioni sarà lunga e faticosa, e forse non giungerà a destinazione. Essa potrebbe rimanere una pista laterale, che deve essere seguita a causa dell’importanza, e forse delle conseguenze, che essa potrebbe comportare.

Ma è anche utile analizzare alcune fra le sorprendenti tendenze attuali, le quali invitano a valutare i "vantaggi" che un Iran in possesso di armi nucleari potrebbe comportare, vantaggi che potrebbero essere utilizzati al servizio degli interessi degli Stati Uniti, dal punto di vista della sicurezza, del petrolio e dell’economia, e che potrebbero anche aiutare molto l’industria bellica americana.

Cominciamo ad esaminare questi orientamenti, che si sono fatti strada dapprima all’interno di alcuni think-tank negli Stati Uniti e in Europa, così come in Russia, per poi trovare alcuni autori che hanno cominciato a scrivere a proposito di essi ed a promuoverli pubblicamente.

Un analista della difesa presso l’americano Air Force Research Institute (AFRI), Adam Lowther, ha scritto dalla Maxwell Air Force Base in Alabama un articolo pubblicato dal New York Times questa settimana, nel quale egli afferma di esprimere le proprie opinioni personali e non quelle dell’aviazione americana. In ogni caso, egli si è premurato di sottolineare il luogo da cui scriveva, l’affiliazione, il titolo, e la propria esperienza professionale per accompagnare il suo articolo davvero molto impressionante.

Nel suo articolo Lowther afferma che ci sono almeno cinque aspetti positivi che potrebbero andare a beneficio degli Stati Uniti, se essi dovessero permettere all’Iran di entrare in possesso di armi nucleari. In primo luogo, se l’Iran si dotasse di armi nucleari ciò darebbe, secondo l’autore, "la possibilità agli Stati Uniti di sconfiggere definitivamente i gruppi terroristici arabi sunniti come al-Qaeda. Ecco perché: un Iran nucleare è soprattutto una minaccia per i suoi vicini, e non per gli Stati Uniti. Dunque Washington potrebbe garantire la sicurezza regionale – fornendo, in primo luogo, un ombrello nucleare in Medio Oriente – in cambio di riforme economiche, politiche e sociali al’interno dei regimi autocratici arabi responsabili di alimentare il malcontento che ha portato agli attentati dell’11 settembre 2001″. L’autore aggiunge che tali regimi "erano protetti dalla ricchezza delle loro riserve petrolifere. Un Iran nucleare altera le dinamiche regionali in modo significativo, e ci fornisce alcuni strumenti di pressione per chiedere le riforme".

Ma c’è di più. Infatti, questo analista militare dice che vi sarebbe qualche vantaggio per gli Stati Uniti dal punto di vista del petrolio e dei rapporti con l’OPEC, se l’Iran dovesse diventare una potenza nucleare. Infatti, trasformare gli Stati Uniti nel principale garante della sicurezza regionale in un Medio Oriente nucleare, fornirebbe a Washington un modo per "frammentare" l’OPEC, cosa che porterebbe a una riduzione dei prezzi del petrolio e al risparmio di miliardi di dollari da parte dei consumatori americani. Quantomeno, aggiunge Lowther, "il presidente Obama potrebbe offrire la sicurezza americana in cambio di un aumento della produzione e di un abbassamento dei prezzi petroliferi a livello mondiale".

Il terzo punto sollevato dall’autore è un punto di vista quasi funambolico. Infatti, egli afferma che un Iran nucleare sarebbe una minaccia sia per Israele che per i palestinesi, in quanto un eventuale attacco nucleare iraniano contro Israele certamente colpirebbe anche i palestinesi. Pertanto, "il pericolo condiviso potrebbe fungere da catalizzatore per la riconciliazione" tra i palestinesi e gli israeliani, portando a un accordo di pace.

In quarto luogo (e questo è un punto essenziale), l’analista militare della base Maxwell afferma che "una crescita nelle esportazioni di armamenti, e nella fornitura dei servizi di addestramento e consulenza ai nostri alleati in Medio Oriente" – alla luce di un Iran nucleare – " non solo rafforzerebbe le nostre partnership, ma darebbe all’industria bellica americana lo stimolo di cui ha bisogno". In questo contesto, l’autore sottolinea la necessaria riduzione del bilancio del Pentagono nei prossimi anni, che vorrebbe dire perdere "posti di lavoro americani" e indebolire la posizione degli Stati Uniti "se essi dovessero essere minacciati da una potenza militare in ascesa come la Cina. Un Iran nucleare potrebbe prevenire una catastrofe di questo genere".

Infine, con una esternazione del tutto sincera, l’autore afferma che permettere all’Iran di diventare una potenza nucleare consentirebbe agli Stati Uniti di fermare il flusso di dollari diretto verso i "regimi autocratici nella regione", non solo riducendo le loro entrate derivanti dal greggio attraverso la riduzione dei prezzi petroliferi, e non solo esportando armi a questi regimi, ma anche imponendo loro di "sostenere una parte reale del costo" della sicurezza americana nella regione, della quale essi beneficerebbero. A suo avviso, ciò porterebbe anche ad "una vittoria nella guerra al terrorismo", che "farebbe risparmiare ai contribuenti [americani] le decine di miliardi di dollari all’anno che vengono spese per operazioni di controinsurrezione all’estero".

Una tale affermazione non è del tutto nuova nei forum e nei consigli a porte chiuse negli Stati Uniti, e in particolare nei think-tank. Fa parte di una serie di affermazioni che implicano che ci si potrebbe fidare del fatto che l’Iran, come Israele, non farà uso delle armi nucleari – a differenza degli arabi dei quali non ci si potrebbe fidare. Si tratta di una posizione che confina con il razzismo nei confronti degli arabi, e che è molto diffusa nei think-tank americani a New York.

La novità sta nella franchezza nel parlare pubblicamente dei "benefici" di un Iran nucleare per gli Stati Uniti, soprattutto sotto il profilo della possibilità di "umiliare" gli arabi a livello della sicurezza nonché a livello economico e politico, e sotto il profilo dei vantaggi di una corsa al riarmo – anche un nucleare – per l’industria bellica americana.

Tutti gli arabi che esprimono la loro identità araba schierandosi al fianco di un Iran nucleare – semplicemente perché il mondo non rimprovera a Israele il fatto di avere armi nucleari e non ha neppure il coraggio di parlarne – dovrebbero analizzare con attenzione le affermazioni che chiedono di incoraggiare l’ascesa di un Iran nucleare, e non solo quelle che invitano ad ignorare il possesso di capacità militari nucleari da parte di Teheran come un dato di fatto. Infatti, coloro che sono presi di mira in questo caso sono essenzialmente gli arabi, con diversi mezzi, pretesti e motivazioni, allo scopo di soggiogarli e poi ricattarli.

Le grandi potenze in realtà non adottano queste politiche, e i funzionari dei loro governi si affrettano infatti a dire che coloro che chiedono la riabilitazione di un Iran nucleare – sia esplicitamente sia aspettando ciò che la situazione di fatto imporrà – parlano sulla base delle loro opinioni personali, e non di politiche ufficiali. Forse questi paesi sono sinceri quando insistono pubblicamente sul fatto che essi non permetteranno all’Iran di violare il sistema di non proliferazione delle armi nucleari. E forse l’Iran stesso afferma più di ciò che è effettivamente in grado di raggiungere al livello attuale delle sue capacità nucleari, accennando a possibili capacità militari, mentre continua a insistere sul fatto che le sue capacità nucleari sono strettamente civili e pacifiche.

Molto tempo fa, quando la precedente amministrazione del presidente George W. Bush annunciò la sua politica di opposizione all’ "asse del male", costituito da Iraq, Corea del Nord e Iran, accennammo su queste pagine al fatto che il vero obiettivo probabilmente sarebbe stato solo l’Iraq. Per il momento, quella previsione sembra essere ancora valida, e non vi è alcun segnale che indichi che avverrà un cambiamento radicale, malgrado l’aumento delle pressioni sull’Iran. Ciò che deciderà fino a che punto una tale supposizione si rivelerà vera è se la leadership di Teheran deciderà di seguire le orme dell’ex presidente iracheno Saddam Hussein o meno.

Il fattore più importante negli sviluppi iraniani, che invece mancò negli sviluppi iracheni, è il fattore interno, cioè la rivolta interna contro il regime. Nel caso dell’Iraq, nessuna rivolta coerente aveva preso forma all’interno del paese. Nel caso dell’Iran, invece, il fattore decisivo è quello interno iraniano. Ogni mossa a livello internazionale tiene conto del suo impatto sul panorama politico interno in Iran.

Alcuni paesi, come la Russia e la Cina, non sono sicuri di quale cambiamento avverrà all’interno dell’Iran, e dunque si oppongono allo stesso modo a eventuali sanzioni che possano avere la capacità di farla finita con il regime, con il quale entrambe sono in buoni rapporti . Gli Stati Uniti guidati da Barack Obama fanno grande attenzione a rimanere "neutrali" riguardo alla lotta interna in Iran, e Obama viene continuamente accusato di questo. Egli, infatti, ha recentemente iniziato a parlare della necessità di compiere determinati passi sulla via delle sanzioni, ma allo stesso tempo ha continuato ad aggrapparsi con forza alla via della diplomazia.

Potrebbe sembrare che solo la Cina si trovi su posizioni realmente differenti per quanto riguarda le pressioni e le sanzioni contro l’Iran. Ma il fatto è che anche la Russia – nonostante le sue aperte critiche – non ha alcuna fretta di imporre sanzioni, nutre riserve sulle modalità di imposizione proposte dagli americani, ed è ferma nel sostenere che la via della diplomazia non è stata ancora esaurita. La differenza tra le posizioni di Russia e Cina, in effetti, sembra essere tattica piuttosto che strategica.

Tutto questo non significa che il gruppo dei 5+1 sia pronto a consentire all’Iran di possedere armi nucleari. E’ chiaro però che l’opzione militare non è sul tavolo, che vi fiducia nell’efficacia delle sanzioni qualora dovessero essere applicate, e che la scommessa – almeno da parte di alcuni – è sugli sviluppi interni dell’Iran, sia in termini di cambiamento di regime che della possibilità di costringere il regime attuale a modificare il suo comportamento.

Il segretario di Stato USA, Hillary Clinton, arriverà in Qatar e in Arabia Saudita, e sarà utile discutere con lei a proposito di come gli Stati Uniti vedono l’Iran di domani – nucleare o non nucleare – e di quali siano i costi di entrambe le eventualità per gli arabi. Sarebbe anche utile che gli arabi si affrettassero a delineare le politiche necessarie prima del prossimo vertice per rivedere il Trattato di non proliferazione nucleare. Sarebbe utile che essi esaminassero attentamente e ripetutamente il significato delle affermazioni di un analista militare che ha avuto il coraggio di parlare apertamente.

Raghida Dergham è una giornalista libanese di nazionalità americana; è corrispondente da New York per il quotidiano "Dar al-Hayat"; collabora anche con diverse reti televisive americane, ed ha scritto su giornali come il Los Angeles Times, il New York Times, il Washington Post ed altri


:: Article nr. s10636 sent on 02-mar-2010 08:17 ECT

www.uruknet.info?p=s10636

Link: www.medarabnews.com/2010/02/17/americani-difesa-nucleare-iran-ricatto-arabi/



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