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La verità sugli insediamenti in Cisgiordania

Asaad Abdel Rahman

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29 settembre 2009

La questione degli insediamenti occupa attualmente i primi posti nell’agenda internazionale legata al processo di pace in Medio Oriente. I palestinesi legano la ripresa delle trattative con gli israeliani al blocco totale delle attività di "colonizzazione" in Cisgiordania, mentre Israele replica che questa questione è subordinata ai risultati della fase finale dei negoziati, e che le sue attività in Cisgiordania e a Gerusalemme Est sono limitate all’ampliamento degli insediamenti esistenti nell’ambito della cosiddetta "crescita naturale".

Il dato di fatto è che ormai quasi mezzo milione di ebrei risiede nelle colonie in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. Malgrado le aspre critiche internazionali e gli appelli a congelare gli insediamenti, e nonostante i tentativi americani di convincere il primo ministro israeliano Netanyahu a fermare l’ampliamento delle colonie almeno per un anno, il governo israeliano ha dato il via libera alla costruzione di 455 unità abitative in Cisgiordania. Questo ci spinge a dire che il "fronte della pace" israeliano (insieme agli arabi e ad altri) ha perso la guerra contro gli insediamenti. Questi ultimi sono ormai un fatto compiuto che è difficile cambiare. Persino se lo volesse, sarà difficile per qualsiasi governo israeliano nel prossimo futuro evacuare 500.000 coloni ebrei dai territori occupati. Evacuarne solo 8.000 dalla Striscia di Gaza ebbe come conseguenza quella che allora fu chiamata la "rivoluzione dei coloni". Inoltre gli insediamenti israeliani dal 1967 fino ad oggi sono stati costruiti con l’incoraggiamento – spesso più dichiarato che nascosto – dei vari governi israeliani. Non va poi dimenticato che un numero non trascurabile di ufficiali delle "Forze di Difesa Israeliane" risiede negli insediamenti, e addirittura la stampa israeliana afferma che essi collaborano con i coloni in svariati modi.

Da tutto questo Yossi Amitai (fondatore, nel 1968, del gruppo SIAH (Nuova Sinistra Israeliana) (N.d.T.) ) conclude: "Io sono pronto ad adottare due concetti molto spesso utilizzati dai coloni. Il primo è quello che dice che 'non è permesso scacciare nessun uomo dalla propria casa’. Ed io spero che essi saranno d’accordo ad estendere questo principio anche alle famiglie palestinesi che ultimamente sono state cacciate dalle loro case nel quartiere Sheikh Jarrah a Gerusalemme, e che mostreranno qualche simpatia anche per i profughi palestinesi del 1948. Il secondo concetto è che 'nulla impedisce che vi sia una minoranza ebraica che risiede in uno stato palestinese, così come esiste una minoranza araba palestinese che risiede nello stato di Israele’. Supponendo che i negoziati che avranno luogo fra Israele e l’Autorità Palestinese sotto gli auspici dell’amministrazione Obama porteranno ad una soluzione basata sulla formula 'due stati per due popoli’, sarebbe meritevole da parte di Israele chiedere che i coloni che risiedono fuori dai confini concordati di Israele possano rimanere nelle loro case come cittadini dello stato palestinese, e vedano garantita la propria sicurezza a condizione che essi si impegnino a rispettare le leggi di questo stato".

Il fatto che Israele si ostini a portare avanti in questo modo la colonizzazione indica tuttavia che lo stato ebraico non è pronto per il processo di pace. D’altra parte, esso sostiene di essere uno stato laico, ma contraddice questa affermazione sacralizzando i simboli religiosi e la storia ebraica; sostiene di essere uno stato democratico, ma dà le case migliori agli ebrei e domina con la forza un altro popolo; sostiene di essere lo stato dei propri cittadini, ebrei ed arabi, e tuttavia è allo stesso tempo 'lo stato degli ebrei del mondo’! Malgrado tutto questo, l’opinione pubblica israeliana non è affatto unanime sulle colonie. Un sondaggio reso noto recentemente dalla radio pubblica israeliana indica che gli israeliani sono divisi per quanto riguarda il congelamento degli insediamenti. Il 44,7% è favorevole, mentre il 38% vi si oppone. Ma, tornando ad Amitai, egli prosegue affermando: "Qualora i coloni dovessero rifiutare di risiedere nello stato palestinese, resterebbe aperta davanti a loro la via del ritorno spontaneo entro i confini dello stato di Israele, con l’ausilio di un sostegno materiale da parte delle autorità israeliane". Tuttavia, egli aggiunge che "questa ipotesi non è realistica e non è applicabile, perché l’obiettivo della creazione degli insediamenti era, ed è tuttora, esclusivamente politico: quello cioè di impedire la nascita di uno stato palestinese a fianco di Israele".

Dal canto suo, Shalom Yerushalmi (commentatore politico del quotidiano israeliano Maariv (N.d.T.) ) afferma in tutta franchezza che gli insediamenti in Cisgiordania "non possono essere congelati", giustificando ciò sulla base del fatto che "decine di bambini che sono nati a Beitar Illit e altrove hanno bisogno di appartamenti e di stanze… di asili e di scuole". Poi spiega ulteriormente la sua affermazione: "In Cisgiordania non è possibile fermare le nuove costruzioni. Basta fare un giro nella regione per vedere centinaia di unità abitative che vengono costruite ovunque, con o senza permesso. Netanyahu dà oggi un fondamento a tutto questo, e perfino se egli annunciasse all’assemblea generale delle Nazioni Unite che ridurrà le costruzioni, i coloni troverebbero il modo di aggirare la cosa. Essi sanno anche che tutto il discorso verte attorno alle manovre di Netanyahu di fronte agli americani".

Dal canto suo Yariv Oppenheimer, segretario generale di "Peace Now", spiega la missione dal punto di vista della leadership dei coloni, affermando che è "chiara e sistematica: far fallire ogni possibilità di giungere ad un accordo che ponga fine al dominio israeliano sui territori palestinesi occupati". Poi conclude: "E’ ormai tempo che il popolo israeliano alzi la propria voce e dica chiaramente al primo ministro ed al suo governo che lo scontro in cui essi sono impegnati con la comunità internazionale, e il deterioramento dei rapporti con gli Stati Uniti, non sono il risultato della volontà di migliorare la situazione e la reputazione di Israele, ma – al contrario – di una miope volontà politica di migliorare la situazione dei coloni e di salvaguardare la stabilità del governo".

Sever Plotzker (un analista economico che scrive abitualmente sul quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth (N.d.T.) ), in un articolo intitolato "L’evacuazione degli insediamenti è terribilmente indietro", afferma che se i coloni in Cisgiordania dovessero continuare ad aumentare al ritmo attuale, " il numero di abitanti ebrei al di là della linea verde, che è ormai cancellata dalla coscienza degli israeliani, sarà nel 2025 pari a circa 750.000 persone". Ma anche adesso, con il numero di coloni che si aggira intorno alle 500.000 persone, "le colonie ebraiche nei territori decidono in grande misura il destino di Israele".

E’ vero che la costruzione delle colonie ha rafforzato la simpatia nei confronti del popolo palestinese e ha indebolito la "legittimità" di Israele sul piano internazionale, ma è anche vero che nel frattempo osserviamo un aumento dei gruppi estremisti che minacciano la stabilità e non rispettano neanche le leggi israeliane, sfidando l’autorità dello stato. Per non parlare del fatto che la situazione degli insediamenti è di per sé una realtà di occupazione che grava sul petto degli arabi e pesa sul futuro di Israele, quanto meno dal punto di vista dell’identità e della natura dello stato.

In conclusione, possiamo dire che la questione degli insediamenti è ormai la base attorno alla quale verranno definite tre questioni della massima importanza: il futuro del processo di pace nel suo complesso, la natura dei rapporti israelo-americani sotto l’amministrazione Obama, e la possibilità o meno che lo stato di Israele sia pronto a definire i propri confini!

Asaad Abdel Rahman è uno scrittore e politico palestinese; è membro del comitato esecutivo dell’OLP; è autore di numerosi libri sulla questione palestinese e sul movimento sionista

Articolo originale:
http://www.alittihad.ae/wajhatdetails.php?id=48219






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